Rimborso trattenute d’imposta effettuate dal datore di lavoro in misura eccessiva

 

Con la recente Ordinanza n. 21523 del 15 settembre 2017, la Corte di Cassazione ha affermato che nelle controversie tra datore di lavoro e lavoratore, riguardo alla corretta effettuazione delle ritenute d’imposta sulla retribuzione corrisposta al lavoratore, la competenza a decidere sul diritto di quest’ultimo ad ottenere il rimborso per le somme trattenute in eccesso spetta al giudice del lavoro.

FATTO


Il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, ha effettuato le ritenute alla fonte per imposte sulle retribuzioni corrisposte al lavoratore per lavoro straordinario, festivo e notturno, applicando le aliquote in misura ordinaria, in luogo di quella agevolata prevista dalla normativa di favore.
Su tali retribuzioni, infatti, nel rispetto di specifiche condizioni, per il periodo oggetto di controversia, è riconosciuta una tassazione agevolata, mediante l’applicazione di un’imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle relative addizionali regionali e comunali nella misura del 10 per cento.
Il lavoratore ha richiesto al datore di lavoro il rimborso della differenza tra l’imposta trattenuta e versata in misura ordinaria, e quella minore dovuta in base al regime agevolato.
Il lavoratore ha presentato ricorso al giudice ordinario, il quale ha rinviato per competenza la controversia al giudice tributario, il quale a sua volta ha sollevato la questione del conflitto di giurisdizione dinanzi alla Corte di Cassazione.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


La questione sottoposta all’esame della Corte di Cassazione riguarda l’individuazione del giudice competente nelle controversie tra datore di lavoro (sostituto d’imposta) e lavoratore (sostituito d’imposta) in ordine alla corretta effettuazione delle ritenute alla fonte versate direttamente dal sostituto.
I giudici della Suprema Corte hanno affermato che le controversie tra sostituto d’imposta e sostituito, relative al legittimo e corretto esercizio del diritto di rivalsa delle ritenute alla fonte versate direttamente dal sostituto, volontariamente o coattivamente, non sono attratte alla giurisdizione del giudice tributario, ma rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, trattandosi di diritto esercitato dal datore di lavoro (sostituto) verso il lavoratore (sostituito) nell’ambito di un rapporto di tipo privatistico, cui resta estraneo l’esercizio del potere impositivo sussumibile nello schema potestà-soggezione, proprio del rapporto tributario, e nelle quali manca di regola un atto qualificato tributario, rientrante nella tipologia di quelli impugnabili dinanzi al giudice fiscale.
Nei termini in cui è posta, dunque, la controversia non ha ad oggetto il rapporto tra il contribuente e Fisco, bensì un rapporto implicante un accertamento, avente valore meramente incidentale, in ordine alla debenza dell’imposta contestata. Si tratta, infatti, di una controversia tra sostituto d’imposta e sostituito relativa al legittimo e corretto esercizio del diritto di rivalsa delle ritenute alla fonte versate direttamente dal sostituto.
In tali ipotesi, precisa la Corte di Cassazione, non essendo in rilievo l’esercizio del potere impositivo, non può ritenersi sussistente un litisconsorzio necessario tra sostituto e sostituito d’imposta, da un lato, e Fisco, dall’altro.
Diversamente, la controversia resta nella competenza del giudice tributario, laddove il rimborso sia chiesto direttamente al Fisco per imposta versata in eccesso, per effetto dell’errata applicazione di ritenute alla fonte da parte del sostituto d’imposta. In tal caso, infatti, sarà impugnabile il diniego esplicito o il silenzio rifiuto opposto dal Fisco.

 

Recupero credito Iva in dichiarazione: si, ma solo se dimostrato

 


È possibile riportare a nuovo un credito Iva derivante da una dichiarazione omessa al più tardi con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, solo se è dimostrata l’effettività dello stesso credito (Corte di Cassazione – ordinanza 20 settembre 2017, n. 21775).

Sul recupero del credito d’imposta è stato in precedenza precisato che:
– è possibile riportare a nuovo un credito Iva derivante da una dichiarazione omessa al più tardi con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, se e nella misura in cui sia dimostrata l’effettività dello stesso credito;
– è consentito chiedere il rimborso con la procedura prevista per l’indebito oggettivo come, peraltro, già ammesso dall’Amministrazione finanziaria;
– l’Ufficio può disconoscere il credito Iva riportato a nuovo con la procedura automatizzata dell’iscrizione a ruolo, senza che sia necessario procedere alla notifica di un avviso di accertamento, fatta salva, nel successivo giudizio d’impugnazione della cartella, l’eventuale dimostrazione a cura del contribuente che la deduzione d’imposta, eseguita entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, riguardi acquisti fatti da un soggetto passio d’imposta, assoggettati ad IVA e finalizzati a operazioni imponibili.


Pertanto, solo se il contribuente prova la sussistenza delle suddette condizioni per l’esercizio del diritto di detrazione, è possibile il recupero del credito sorto in annualità precedente per la quale non è stata presentata la dichiarazione.

 

Ristrutturazione di interi fabbricati: detrazione fiscale

 


Solo con riferimento agli interventi di ristrutturazione di interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie che provvedono, la detrazione fiscale è riconosciuta entro 18 mesi dalla data del termine dei lavori, alla successiva alienazione o assegnazione dell’immobile.

L’articolo 16-bis, comma 3 del Decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR) prevede che la detrazione prevista dal comma 1 per interventi di recupero del patrimonio edilizio spetta anche nel caso di «interventi di restauro e risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia di cui alle lettere c) e d) del comma 1 dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, riguardanti interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie, che provvedano entro diciotto mesi dalla data di termine dei lavori alla successiva alienazione o assegnazione dell’immobile».
L’acquirente delle singole unità immobiliari attualmente ha diritto alla detrazione in esame nella misura del 50 per cento del valore dell’intervento, quantificato in via forfetaria nel 25 per cento del prezzo di acquisto risultante dall’atto di compravendita e, comunque, non oltre il limite di 96.000 euro.
Con diversi documenti di prassi è stato precisato che la detrazione in esame è riconosciuta per l’acquisto di unità abitative collocate in immobili interamente ristrutturati, mentre non assumono rilievo i lavori di recupero del patrimonio edilizio riguardanti le singole unità immobiliari. La Guida alle ristrutturazioni edilizie dell’Agenzia delle entrate, riprendendo le precisazioni fornite dalle circolari, ha chiarito che ciascun acquirente, fermo restando che i lavori di ristrutturazione dell’intero edificio devono essere effettuati entro i termini previsti dalla norma, può beneficiare della detrazione in relazione al proprio acquisto o assegnazione a prescindere dal fatto che siano o meno cedute le altre unità immobiliari che compongono il fabbricato.
Con la circolare 4 aprile 2017, n. 7, nell’ottica di agevolare i contribuenti, è stato chiarito che è possibile fruire della detrazione anche se il rogito è stato stipulato prima della fine dei lavori riguardanti l’intero fabbricato ma, in tal caso, la detrazione può essere fruita solo dall’anno di imposta in cui i lavori sull’intero fabbricato siano stati ultimati.
È necessario, quindi, che si realizzi anche il presupposto costituito dall’ultimazione dei lavori riguardanti l’intero fabbricato con la presentazione al Comune, da parte dell’impresa, della «Comunicazione di fine lavori».
In definitiva, si fa presente che non si riscontrano anomalie interpretative o applicative, atteso che, qualora si intendesse riconoscere l’agevolazione anche nel caso in cui i lavori di ristrutturazione dell’intero immobile non fossero ultimati, sarebbe necessario un apposito intervento normativo.
Infatti, la disciplina attualmente vigente, illustrata nei documenti di prassi richiamati, riconosce la detrazione in questione solo con riferimento agli interventi di ristrutturazione di interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie che provvedono, entro 18 mesi dalla data del termine dei lavori, alla successiva alienazione o assegnazione dell’immobile.


 

Chiarimenti sulle agevolazioni degli autonomi rimpatriati

 


A decorrere dal periodo d’imposta 2017è agevolabile il reddito di lavoro autonomo prodotto dai soggetti che trasferiscono la residenza nel territorio dello Stato (Interrogazione parlamentare 13 settembre 2017, n. 5/12154).

A seguito dell’introduzione del regime speciale di tassazione per i lavoratori dipendenti rimpatriati per il 2016, con la Legge di bilancio 2017 tali agevolazioni sono applicabili anche al periodo d’imposta 2017 ed estese ai redditi di lavoro autonomo prodotti in Italia, diminuendo l’imponibilità dal 70% al 50% solo a decorrere dall’anno 2017;
Coerentemente con il disposto normativo, il MEF chiarisce è agevolabile il reddito di lavoro autonomo prodotto dai soggetti che trasferiscono la residenza nel territorio dello Stato ai sensi del citato articolo 2 del TUIR a decorrere dal periodo d’imposta 2017, mentre non possono accedervi i soggetti che risultino già fiscalmente residenti in Italia nei precedenti periodi d’imposta, in cui la norma non trovava applicazione per tale categoria di lavoratori.


 

Revoca dell’agevolazione sulla prima casa “di lusso”, ma senza sanzioni

 

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza 20 settembre 2017, n. 21909, ha affermato un importante principio secondo il quale, in caso di revoca delle agevolazioni “prima casa” per un immobile qualificato “di lusso”, fermo restando il legittimo recupero delle maggiori imposte dovute, non sono applicabili le sanzioni, se lo stesso immobile non rientra tra quelli esclusi dal beneficio in base alla normativa attualmente in vigore.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha accertato il recupero delle maggiori imposte di registro, catastale e ipotecaria, ed irrogato le relative sanzioni, per effetto della revoca dell’agevolazione “prima casa” sull’acquisto di immobile ritenuto di lusso in quanto di superficie complessiva superiore a mq. 240,00.
Su ricorso del contribuente i giudici tributari hanno annullato l’avviso di liquidazione e irrogazione sanzioni, rilevando che in base alla nuova disciplina gli immobili esclusi dall’agevolazione non sono più individuati in base alla qualificazione “di lusso”, ma con riferimento a specifiche categorie catastali. Considerato che l’immobile oggetto di compravendita non rientrava tra le categorie catastali escluse, hanno dichiarato l’illegittimità della pretesa tributaria.

EVOLUZIONE NORMATIVA (IMMOBILI ESCLUSI)


L’acquisto di un immobile ad uso di civile abitazione da adibire a “prima casa” beneficia di un regime di tassazione agevolato, con l’applicazione delle imposte di registro, ipotecarie e catastali in misura ridotta.
A decorrere dal 1° gennaio 2014, la disciplina è stata modificata, con particolare riferimento alla tipologia di immobili per i quali non è possibile fruire delle agevolazioni fiscali:
– prima di tale data, l’agevolazione era esclusa per gli acquisti riguardanti immobili “di lusso”, qualificati sulla base di caratteristiche individuate dal Decreto del Ministero dei Lavori Pubblici 2 agosto 1969, tra cui una superficie complessiva superiore a 240 mq;
– a decorrere dalla suddetta data, invece, per effetto delle modifiche introdotte dall’art. 10, D.Lgs. n. 23/11, restano esclusi dall’agevolazione gli immobili accatastati come A/1 (abitazione di tipo signorile), A/8 (Abitazione in ville), A/9 (Castelli, palazzi di eminenti pregi artistici e storici).


DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha riformato parzialmente la decisione dei giudici tributari, riconoscendo la legittimità della revoca dei benefici, con il recupero delle imposte, ma senza l’applicazione delle sanzioni.
La Corte Suprema ha affermato, in particolare, che per i trasferimenti antecedenti al 1° gennaio 2014 resta applicabile la disciplina previgente, per cui se l’immobile è qualificabile di lusso, perché di superficie superiore a 240 mq, è legittima la revoca del beneficio, e il conseguente recupero delle maggiori imposte dovute in misura ordinaria; ciò, anche se non essendo accatastato come A/1, A/8 e A/9, risulta agevolabile in base alla disciplina attualmente in vigore.
Tuttavia, precisano i giudici della Suprema Corte, se da un lato deve ritenersi legittimo il recupero delle imposte, in virtù della espressa previsione che la nuova disciplina si applica agli atti di trasferimento a decorrere dal 1° gennaio 2014, d’altra parte deve essere riconosciuta la disapplicazione delle sanzioni amministrative sulla base del principio che, salvo diversa previsione di legge, nessuno può essere assoggettato a sanzioni per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce violazione punibile.
In conclusione, a fronte di una riformulazione ex novo della fattispecie legale di non spettanza dell’agevolazione “prima casa”, fondata su un parametro (della categoria catastale) del tutto differente da quello precedente (di un fatto oggetto di falso), le imposte sono dovute, mentre con riferimento alla sanzione, se è già stata irrogata con provvedimento definitivo il debito residuo si estingue, ma senza possibilità di ripetizione di quanto pagato.