Il Fisco risponde sui versamenti in acconto per Isa e forfetari

 


Con l’emanazione del Decreto fiscale, le due rate di acconto sono adesso di importo identico, entrambe del 50% e, non più del 40% e del 60%. (Agenzia delle entrate – risoluzione n. 93/E del 2019).

Il Fisco ha fornito i primi chiarimenti sull’importo delle rate degli acconti dovuti dai soggetti interessati dalla proroga dei versamenti disposta dal Dl n. 34/2019, in seguito all’emanazione del Dl n. 124/2019 (Decreto fiscale). Per effetto della modifica normativa, infatti, le due rate di acconto sono adesso di importo identico (entrambe del 50%), mentre precedentemente erano del 40% e del 60%.
La modifica si applica ai soggetti che esercitano attività economiche per le quali sono stati approvati gli Isa e che dichiarano ricavi o compensi di ammontare non superiore al limite stabilito per ciascun indice dal relativo decreto ministeriale di approvazione nonché ai contribuenti che, trovandosi nelle condizioni descritte sopra, applicano il regime fiscale di vantaggio o quello forfetario, determinano il reddito con altre tipologie di criteri forfetari ovvero ricadono nelle altre cause di esclusione dagli ISA.
Per questi soggetti, il Dl fiscale ha rimodulato la misura dei versamenti della prima e della seconda rata degli acconti dovuti per le seguenti imposte: Irpef, Ires, Irap, imposte sostitutive delle imposte sui redditi e dell’IRAP dovute dai contribuenti forfetari, cedolare secca per canoni di locazione, Ivie (imposta dovuta sul valore degli immobili situati all’estero) e Ivafe (imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero).
Poiché per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2019 il Dl fiscale ha fatto salvo il versamento dell’eventuale prima rata di acconto, i contribuenti che hanno versato la prima rata del 40%, entro il 30 novembre dovranno versare la seconda rata nella misura del 50%. Sempre entro il termine del 30 novembre, chi non era tenuto a versare la prima rata, invece, effettuerà un unico versamento nella misura del 90%.


 

Sigarette elettroniche: vietata la pubblicità sul web

 


Le società che producono e/o commercializzano sigarette elettroniche e liquidi di ricarica, non possono pubblicizzare e promuovere sul web, mediante il sito istituzionale o pagine social, la vendita di tali prodotti. Sui canali web possono essere fornite solo le caratteristiche descrittive/informative del prodotto (Tribunale di Roma – ordinanza n. 57714/2019).

Ad oggi, le sigarette elettroniche possono diventare un prodotto di passaggio verso la dipendenza dalla nicotina e il consumo di tabacco tradizionale, in quanto imitano e rendono normale l’atto di fumare, ed è per tale motivo che viene adottato un approccio restrittivo alla pubblicità di tali prodotti.
È quindi vietata la promozione, diretta o indiretta, delle sigarette elettroniche, ma non vi è alcun impedimento nel fornire informazioni su un prodotto, indipendentemente da una richiesta del consumatore. Tuttavia, le informazioni sui prezzi e sulle caratteristiche tecniche dei prodotti (istruzioni per l’uso, ingredienti, gusto, contenuto di nicotina, descrizione dei componenti del prodotto compreso, ove applicabile, il meccanismo di apertura e ricarica) devono essere fornite in modo corretto e non con finalità promozionale.
A tale stregua, devono ritenersi consentite le riproduzioni delle immagini delle sigarette elettroniche e dei contenitori dei liquidi di ricarica sulle pagine del siti web dei produttori e/o dei rivenditori al solo fine di consentire al consumatore di individuare e scegliere il prodotto da acquistare ondine, nonché al fine di descriverne le caratteristiche tecniche e nei manuali di istruzione, non altri tipi di immagini il cui scopo o il cui effetto, diretto o indiretto è quello di promuovere la vendita dei prodotti.
Oltre alle pagine contenenti le informazioni, le descrizioni e le caratteristiche tecniche dei vari tipi di sigaretta elettronica e di liquidi di ricarica, può ritenersi consentita la presenza di una immagine del prodotto sulla home page del sito al fine di ragguagliare immediatamente il consumatore del fatto che ha effettuato l’accesso sul sito ufficiale dell’azienda che produce e/o commercializza quel determinato tipo di sigaretta elettronica.
Pertanto, tutte le altre immagini che riproducono sigarette elettroniche, da sole o con persone e/o cose, che non possono attribuirsi le caratteristiche descrittive/informative appena indicate, vanno considerate messaggi pubblicitari finalizzati alla promozione della vendita di tali prodotti e pertanto vietate. Tali immagini, in quanto contenenti messaggi pubblicitari vietati diretti a promuovere la diffusione dell’utilizzo e, quindi, in ultima analisi, la vendita di sigarette elettroniche dovranno essere rimosse dai canali social di titolarità oppure riconducibili alle società resistenti.
Ciò non comporta, per le società che producono e/o commercializzano sigarette elettroniche e liquidi di ricarica, anche il divieto di essere titolari di canali social (account e pagine facebook, instagram, ecc.), ma soltanto quello di utilizzare e sfruttare tali canali per veicolare nei confronti del pubblico messaggi pubblicitari che hanno lo scopo o l’effetto, diretto o indiretto, di diffondere l’uso e, quindi, di promuovere la vendita di tali prodotti.
In caso di immagini realizzate e pubblicate da terzi indipendenti e senza alcun tipo di corrispettivo, con hastag che richiamano un modello o un marchio di sigaretta elettronica, sebbene le società non possano essere considerate responsabili per tali attività altrui, in ogni caso esse non possono ripubblicare o richiamare, anche mediante link, sui propri canali social le medesime immagini, qualora riproducano le sigarette elettroniche da sole o con cose e/o persone in atteggiamenti di soddisfazione o di piacere, in presenza o grazie all’utilizzo del prodotto. Anche in questo caso, infatti, si tratta di immagini finalizzate o che hanno come effetto, diretto o indiretto, quello di invogliare i consumatori o anche i potenziali consumatori ad utilizzare la sigaretta elettronica, promuovendone così la vendita.

 

Cessione fra condomini del credito Eco-bonus

 

Ai fini della cessione del credito corrispondente alla detrazione Eco-Bonus per interventi su edifici condominiali, è possibile trasferire ad un altro condomino l’intera detrazione spettante. Solo per le cessioni successive alla prima è possibile cedere il credito in modo frazionato a più soggetti (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 481 del 2019)

QUESITO


In merito alla cessione del credito è stato chiesto all’Agenzia delle Entrate se sia possibile acquisire da parte di un condomino, unitamente agli altri comproprietari di un’unità abitativa facente parte del condominio, il credito corrispondente alla detrazione spettante ad un altro condomino.

PARERE DEL FISCO


In base alla disciplina che regola l’Eco-bonus, per le spese sostenute dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2021 riguardanti interventi di riqualificazione energetica di parti comuni degli edifici condominiali è riconosciuta una detrazione d’imposta:
– nella misura del 70 per cento delle spese sostenute, se gli interventi interessano l’involucro dell’edificio, con un’incidenza superiore al 25 per cento della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo;
– nella misura del 75 delle spese sostenute, se gli interventi conseguono determinati livelli di miglioramento della prestazione energetica invernale ed estiva dell’edificio.
In entrambe le ipotesi è riconosciuta ai condomini la possibilità di optare per la cessione del credito corrispondente alla detrazione ai fornitori che hanno effettuato gli interventi ovvero ad altri soggetti privati, con facoltà di successiva cessione del credito. La detrazione non può essere ceduta ad istituti di credito ed intermediari finanziari.
la cessione del credito a favore di altri soggetti privati, con facoltà di successiva cessione del credito, può essere esercitata anche dai soggetti che ricadono nella cd. no tax-area.
In ordine ai soggetti a favore dei quali può essere effettuata la cessione del credito, l’Agenzia ha precisato che per soggetti privati cessionari devono intendersi i soggetti diversi dai fornitori, sempreché collegati al rapporto che ha dato origine alla detrazione.
Pertanto, nel caso di interventi condominiali, la detrazione può essere ceduta agli altri soggetti titolari delle detrazioni spettanti per i medesimi interventi condominiali ovvero, più in generale, nel caso in cui i lavori vengano effettuati da soggetti societari appartenenti ad un gruppo, nei confronti delle altre società del gruppo ad esclusione, tuttavia, per i soggetti diversi dai cd. no tax-area, degli istituti di credito e degli intermediari finanziari.
In merito al credito cedibile, l’Agenzia ha evidenziato che in base alla normativa il condomino può cedere l’intera detrazione calcolata:
– sulla base della spesa approvata dalla delibera assembleare per l’esecuzione dei lavori, per la quota a lui imputabile; o
– sulla base delle spese sostenute nel periodo d’imposta dal condominio, per la quota a lui imputabile.
Il cessionario, a sua volta, può cedere, in tutto o in parte, il credito d’imposta acquisito solo dopo che tale credito è divenuto disponibile.
Ciò significa, precisa l’Agenzia, che all’atto della prima cessione, la detrazione deve essere ceduta ad un solo soggetto (cessionario).
Nella fattispecie rappresentata nel quesito, pertanto, solo uno dei comproprietari dell’unità abitativa in condominio, può ricevere sotto forma di credito d’imposta la detrazione spettante ad un altro condomino. Quindi, il condomino (cessionario) una volta che il credito d’imposta è divenuto disponibile, potrà cedere, in tutto o in parte, il credito acquisito agli altri comproprietari.

 

Indici sintesi di affidabilità: chiarimenti sulle cause di esclusione

 


L’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti sulla causa di esclusione dagli ISA prevista per i periodi d’imposta nei quali il contribuente abbia iniziato o cessato l’attività ovvero non si trovi in condizioni di normale svolgimento della stessa (Agenzia Entrate – risposta n. 479/2019).

La causa di esclusione in commento prevede che gli indici non si applicano ai periodi d’imposta nei quali il contribuente ha iniziato o cessato l’attività ovvero non si trova in condizioni di normale svolgimento della stessa.
In relazione a tale seconda fattispecie, si considera non normale svolgimento dell’attività il periodo in cui l’impresa non ha ancora iniziato l’attività produttiva prevista dall’oggetto sociale (ad es. perché la costruzione dell’impianto da utilizzare per lo svolgimento dell’attività si è protratta oltre il primo periodo d’imposta, per cause indipendenti dalla volontà dell’imprenditore; non sono state rilasciate le autorizzazioni amministrative necessarie per lo svolgimento dell’attività).
Nei modelli ISA 2019 in cui viene richiesta la compilazione del campo “Anno d’inizio attività” le relative istruzioni chiariscono che: “Il dato riguardante l’anno di inizio attività deve essere fornito facendo riferimento alla relativa dichiarazione di inizio dell’attività comunicata all’Amministrazione Finanziaria”.
Tanto premesso, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che la causa di esclusione in questione relativa all’inizio attività può essere dichiarata per il periodo di imposta per il quale la dichiarazione di inizio dell’attività è stata comunicata all’Amministrazione finanziaria.
Ricorrendone le condizioni, per i periodi d’imposta successivi, può essere dichiarata la causa di esclusione relativa al non normale svolgimento dell’attività.


 

“Non emesse” le fatture elettroniche scartate

 


Si considerano non emesse la fattura elettronica o le fatture del lotto di cui al file scartato dal SdI (AGENZIA DELLE ENTRATE – Principio di diritto 11 novembre 2019, n. 23).

La mancata emissione della fattura nei termini legislativamente previsti – cui va equiparata la tardività di tale adempimento comporta, in primis, l’applicazione delle sanzioni di cui all’articolo 6 del d.lgs. n. 471 del 1997 ossia, per ciascuna violazione:
– fra il novanta e il centoottanta per cento dell’imposta relativa all’imponibile non correttamente documentato con un minimo di 500 euro (cfr. il comma 1, primo periodo, nonché il successivo comma 4);
– da euro 250 a euro 2.000 quando la violazione non ha inciso sulla corretta liquidazione del tributo.
Troveranno altresì applicazione, non cumulativa, ma alternativa tra loro, gli istituti individuati nell’articolo 12 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472 (concorso di violazioni e continuazione) e nell’articolo 13 del medesimo d.lgs. (c.d. “ravvedimento operoso”).
Il legislatore, inoltre, con specifico riferimento al primo periodo di applicazione dell’obbligo di fatturazione elettronica tramite SdI (primo semestre del 2019) ha statuito che le sanzioni sopra individuate:
– non trovano applicazione qualora la fattura elettronica sia regolarmente emessa entro il termine di effettuazione della liquidazione periodica dell’IVA relativa all’operazione documentata;
– sono ridotte dell’80 per cento, se la fattura elettronica è emessa entro il termine di effettuazione della liquidazione IVA del periodo successivo, riduzione che si applica sino al 30 settembre 2019 per i soli contribuenti che effettuano la liquidazione periodica dell’imposta con cadenza mensile.