Infortunio: responsabile il datore per omesse informazioni ai lavoratori

 


In materia di infortunio sul lavoro, la colpa o la negligenza del lavoratore non necessariamente devono considerarsi concausa dell’evento dannoso, potendo esplicare efficacia causale solo per gli inadempimenti del datore di lavoro.


Lo ha ribadito la Suprema Corte di Cassazione pronunciandosi sul caso di un lavoratore infortunatosi mentre era intento ad ispezionare le grondaie sul tetto del capannone industriale. I giudici hanno condannato il datore di lavoro per omessa la predisposizione di cautele volte a prevenire gli infortuni.
Nella specie, è stato accertato che il datore di lavoro non ha fornito le informazioni nonché le misure di sicurezza al dipendente, individuando, quindi, il fondamento della responsabilità datoriale nella violazione degli obblighi di informazione e formazione del lavoratore di cui al TU sicurezza, e in particolare nell’omissione di informazioni, cautele, divieti di accesso al tetto del capannone frequentato dagli operai addetti ai lavori di sistemazione della struttura. Nel caso in questione, la condotta del dipendente non poteva pertanto ritenersi abnorme, e dunque nemmeno concausa dell’evento dannoso, per essere la condotta stessa riconducibile all’inadempimento datoriale.
Gravano sul datore di lavoro puntuali obblighi di informazione del lavoratore, al fine di evitare il rischio specifico della lavorazione; la circostanza che un infortunio sul lavoro sia dovuto a “colpa” del lavoratore non esclude la responsabilità del datore di lavoro, laddove questi non dimostri di avere fornite al lavoratore tutte le necessarie istruzioni per evitare di commettere l’errore che fu causa dell’infortunio.
Il datore è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, anche qualora sia ascrivibile non solo ad una sua disattenzione, ma anche ad imperizia, negligenza e imprudenza.
Il medesimo datore è totalmente esonerato da ogni responsabilità solo quando il comportamento del dipendente assuma caratteri di abnormità, inopinabilità ed esorbitanza, necessariamente riferiti al procedimento lavorativo “tipico” ed alle direttive ricevute, in modo da porsi quale causa esclusiva dell’evento, integrando il cd. “rischio elettivo”, ossia una condotta personalissima del lavoratore, avulsa dall’esercizio della prestazione lavorativa o anche ad essa riconducibile, ma esercitata e intrapresa volontariamente in base a ragioni e motivazioni del tutto personali, al di fuori dell’attività lavorativa e prescindendo da essa, come tale idonea ad interrompere il nesso eziologico tra prestazione ed attività assicurata.

 

Approvata l’intesa Assolavoro per i lavoratori in somministrazione

 

Approvata l’ipotesi di accordo per il rinnovo del CCNL per i lavoratori in somministrazione.

Il percorso assembleare di approvazione ha contato oltre 350 assemblee nei luoghi di lavoro e territoriali e oltre 10mila le lavoratrici e i lavoratori in somministrazione, che sono stati incontrati per discutere di continuità occupazionale, formazione professionale come diritto individuale del lavoratore e come diritto mirato alla ricollocazione, rafforzamento della parità di trattamento e delle prestazioni di welfare e sostegno al reddito, rafforzamento e incentivo del tempo indeterminato, aumento dell’indennità di disponibilità al termine della missione e un ruolo più importante alla contrattazione di secondo livello.
L’Accordo dispone che tutti i periodi di lavoro a tempo determinato contrattualizzati tra le medesime Parti (ApL e lavoratore) siano conteggiati, ai soli fini del computo dell’anzianità lavorativa antecedente al 1° gennaio 2019, per un massimo di 12 mesi nell’arco temporale di 5 anni.
Dal che ne consegue che qualunque sia il numero di mesi di impiego con contratti di lavoro in somministrazione con la medesima Agenzia nel periodo precedente il 1°gennaio 2019, il lavoratore potrà in ogni caso essere ancora impiegato con la medesima tipologia contrattuale per almeno altri 12 mesi.
L’accordo, inoltre, aggiunge due disposizioni per favorire la continuità lavorativa in relazione sia alle proroghe, sia al limite dei 24 mesi e alla successione dei contratti a tempo determinato tra ApL e lavoratore.


 

Cassa Edile di Gorizia: nuova contribuzione

 



La Cassa Edile della Provincia di Gorizia, comunica la variazione delle tabelle contributive dall’1/1/2019, per effetto degli ultimi accordi contrattuali siglati nel settore dell’Edilizia


CONTRIBUTI CASSA EDILE































































 

Quota Datore Lavoro

Quota Lavoratore

Totale

Fondo Gestione 3,45%   3,45%
Prestazioni sanitarie   0,25% 0,25%
Prestazioni non sanitarie 0,55%   0,55%
Fondo APE 3,45%   3,45%
Fondo Prepensionamenti 0,20%   0,20%
Fondo Incentivo all’Occupazione 0,10%   0,10%
Fondo Abiti da lavoro 0,40%   0,40%
Fondo addestramento professionale 1,00%   1,00%
Fondo Sicurezza 0,10%   0,10%
Quote Adesione Contrattuale 1,22% 122% 2,44%
     
Totale 10,47% 1,47% 11,94%


CONTRIBUTI FONDO SANITARIO OPERAI








Quota Datore Lavoro

Quota Lavoratore

Totale

Contributi Fondo Sanitario 0,35%   0,35%


CONTRIBUTI FONDO SANITARIO IMPIEGATI








Quota Datore Lavoro

Quota Lavoratore

Totale

Contributi Fondo Sanitario 0,26%   0,26%


Per quanto riguarda invece le agenzie di fornitura di lavoro temporaneo, a partire dal 1 gennaio 2019 la contribuzione dovuta è la seguente:


CONTRIBUTI CASSA EDILE




































































 

Quota Datore Lavoro

Quota Lavoratore

Totale

Fondo Gestione 3,45%   3,45%
Prestazioni sanitarie   0,25% 0,25%
Prestazioni non sanitarie 0,55%   0,55%
Fondo APE 3,45%   3,45%
Fondo Prepensionamenti 0,20%   0,20%
Fondo Incentivo all’Occupazione 0,10%   0,10%
Fondo Abiti da lavoro 0,40%   0,40%
Contributo Formazione 3,87%   3,87%
CIG Interinali 0,30%   0,30%
Quote Adesione Contrattuale 1,22% 122% 2,44%
Fondo Sicurezza 0,10%   0,10%
     
Totale 13,64% 1,47% 15,11%


CONTRIBUTI FONDO SANITARIO OPERAI








Quota Datore Lavoro

Quota Lavoratore

Totale

Contributi Fondo Sanitario 0,35%   0,35%


CONTRIBUTI FONDO SANITARIO IMPIEGATI








Quota Datore Lavoro

Quota Lavoratore

Totale

Contributi Fondo Sanitario 0,26%   0,26%

 

Il sindacato di legittimità sulla motivazione: limiti e nozione di “minimo costituzionale”

 


Il sindacato di legittimità sulla motivazione deve intendersi limitato al minimo costituzionale, con la conseguenza che l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sé, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali.


Una Corte di appello territoriale, confermando la sentenza di primo grado, aveva condannato una società al risarcimento del danno non patrimoniale cagionato a un suo dirigente, dalla condotta vessatoria posta in essere dal legale rappresentante. Nello specifico, i fatti dedotti dal ricorrente in primo grado a fondamento della pretesa risarcitoria erano relativi alle ripetute offese sulla presunta omosessualità del dirigente e avevano trovato conferma nelle deposizioni dei testimoni. La Corte di merito aveva escluso che la condotta posta in essere dal legale rappresentante fosse solo espressione di un clima scherzoso nell’ambiente di lavoro, avendo al contrario rilevato che la medesima, in quanto ripetutamente posta in essere dal titolare della società nei confronti di un dipendente che, sebbene avente qualifica dirigenziale, era comunque in una condizione di inferiorità gerarchica, esprimesse un atteggiamento di grave mancanza di rispetto e quindi di lesione della personalità morale del lavoratore.
Avverso tale sentenza la società propone ricorso in Cassazione, lamentando principalmente che la sentenza impugnata non avesse colto il carattere scherzoso degli epiteti con cui il legale rappresentante era solito apostrofare il dipendente, in presenza degli altri colleghi e in un clima cameratesco.
Per la Suprema Corte, il ricorso è infondato. Le censure datoriali, infatti, poiché si risolvono, tutte, in una critica alla valutazione del materiale probatorio e alla ricostruzione della fattispecie concreta, così come operata dalla Corte d’appello, non possono trovare ingresso in sede di legittimità. Il sindacato di legittimità sulla motivazione deve intendersi infatti limitato al minimo costituzionale, con la conseguenza che l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sé, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali. Tale “anomalia”, con esclusione di qualsiasi rilievo del difetto di “sufficienza”, si appalesa nelle ipotesi di: “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, “motivazione apparente”, “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”.

 

DL n. 113/2018: modifiche in materia di cittadinanza

 


Il Decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113 ha introdotto nuove disposizioni in materia di cittadinanza, modificando e integrando la legge n. 91 del 1992. Al riguardo, si ribadisce che il termine di definizione dei procedimenti di cittadinanza per residenza e per matrimonio è elevato a 48 mesi dalla data di presentazione dell’istanza, come già risulta nel sistema informativo Sicitt, debitamente adeguato.


Il termine di 48 mesi si applica ai “procedimenti in corso”, ovvero ai procedimenti non ancora definiti alla data del 5 ottobre 2018, cioè non ancora conclusi con provvedimento espresso, sia che il previgente termine biennale sia decorso, sia che esso risulti non ancora spirato.
Dalla medesima data del 5 ottobre 2018 il nuovo importo del contributo al cui pagamento sono soggette le istanze di cittadinanza è di 250 euro.
Sempre a far data dal 5 ottobre u.s. viene abrogata la disposizione che preclude il rigetto dell’istanza di acquisizione della cittadinanza per matrimonio decorsi due anni dall’istanza medesima, pertanto non si configura più il silenzio assenso dell’Amministrazione sulla domanda dello straniero coniugato con un cittadino italiano allo scadere dei termini e resta invece impregiudicato il potere di negare la cittadinanza, anche dopo lo spirare del limite temporale, con il logico riespandersi della giurisdizione amministrativa.
Il recente provvedimento normativo in commento, in sede di conversione in legge, ha introdotto il requisito del possesso di un’adeguata conoscenza della lingua italiana per le domande presentate. Per dimostrare tale conoscenza, all’atto della presentazione dell’istanza i richiedenti sono tenuti ad attestare il possesso di un titolo di studio rilasciato da un istituto di istruzione pubblico o paritario in Italia o all’estero, riconosciuto dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.
In alternativa, gli interessati sono tenuti a produrre apposita certificazione attestante il livello richiesto di conoscenza della lingua italiana, rilasciata da uno dei quattro enti certificatori riconosciuti.
Da tale specifico onere di attestazione sono esclusi coloro che hanno sottoscritto l’accordo di integrazione, di cui all’art. 4-bis del d.lgs, n. 286/1998 e al D.P.R. n. 179/2011, e i titolari di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, i quali dovranno soltanto fornire, al momento della presentazione dell’istanza, gli estremi rispettivamente della sottoscrizione dell’accordo e del titolo di soggiorno in corso di validità, in quanto la legge già presuppone una valutazione della conoscenza della lingua italiana.
A partire dal 5 dicembre 2018 è stata inoltre stabilita, nell’ambito dei procedimenti di riconoscimento iure sanguinis della cittadinanza italiana, anche ai sensi della legge 8 marzo 2006, n. 124, la previsione di un termine di sei mesi per il rilascio degli estratti e dei certificati di stato civile da parte degli ufficiali di Stato civile in Italia e all’estero.
Infine le nuove disposizioni introducono anche l’istituto della revoca della cittadinanza, conseguita per matrimonio, residenza ed elezione al diciottesimo anno d’età, da adottarsi a cura di questa Direzione Centrale, alle condizioni e nelle specifiche fattispecie di condanna irrevocabile per reati in materia di terrorismo ed eversione.