DURC regolare e recupero dei benefici normativi e contributivi

 


Si forniscono istruzioni in ordine al possesso del DURC ai fini del recupero dei benefici normativi e contributivi.


Dal 1° luglio 2007, i benefici normativi e contributivi previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale sono subordinati al possesso, da parte dei datori di lavoro, del Durc, fermi restando gli altri obblighi di legge ed il rispetto degli accordi e contratti collettivi nazionali nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.
Pertanto, per accedere ai benefici suddetti è principalmente necessario il possesso del DURC, oltre che degli altri obblighi previsti dalla legge e dal CCNL che il datore deve in ogni caso osservare.
Rispetto al termine di 15 giorni per la regolarizzazione del Durc, non trova applicazione anche nell’ipotesi di accertamento delle specifiche violazioni (D.M. 30 gennaio 2015) che costituiscono cause ostative al rilascio del cit. documento, laddove siano accertate con provvedimenti amministrativi o giurisdizionali definitivi. In queste ipotesi, il godimento dei benefici normativi e contributivi in parola è precluso per i determinati periodi. In particolare, il periodo di preclusione dal godimento dei benefici non può essere in alcun modo sanato, atteso che trattasi non di omissioni contributive bensì di violazioni definitivamente accertate che incidono sulla tutela dei lavoratori.
Relativamente all’accertamento di violazioni relative agli altri obblighi di legge ed al rispetto degli accordi e dei CCNL nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, le agevolazioni sono legate al singolo rapporto di lavoro e all’assunzione di determinate categorie di soggetti.
Ne deriva che, diversamente dal Durc, le violazioni di legge e/o di contratto assumono rilevanza limitatamente al lavoratore cui gli stessi benefici si riferiscono ed esclusivamente per una durata pari al periodo in cui si sia protratta la violazione. Tali violazioni, peraltro, non impediscono il godimento di benefici qualora regolarizzate prima dell’avvio di qualsiasi accertamento ispettivo, evidentemente se trattasi di violazioni regolarizzabili.

 

Criteri di accesso alla pensione di inabilità per malattie derivanti dall’amianto

 


Il Ministero del lavoro ha disciplina i criteri e le modalità per la concessione di una pensione di inabilità per soggetti affetti da malattie, di origine professionale, derivanti da esposizioni all’amianto.


Il lavoratore iscritto all’assicurazione generale obbligatoria o alle forme esclusive e sostitutive della medesima affetto da mesotelioma pleurico (c45.0), mesotelioma pericardico (c45.2), mesotelioma peritoneale (c45.1), mesotelioma della tunica vaginale del testicolo (c45.7), carcinoma polmonare (c34) e asbestosi (c61), riconosciuti di origine professionale, ovvero quale causa di servizio, ha diritto alla  pensione di inabilità, sebbene non si trovi nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa.
I requisiti richiesti sono: il requisito contributivo, che si perfeziona quando risultino versati o accreditati a favore dell’assicurato almeno cinque anni nell’arco dell’intera vita lavorativa; il riconoscimento, da parte dell’Inail o di altre amministrazioni competenti, delle patologie di origine professionale, o quale causa di servizio, anche qualora l’assicurato non si trovi nell’assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa.
La pensione di inabilità è incompatibile con lo svolgimento da parte del titolare di qualsiasi attività lavorativa dipendente o autonoma, è incumulabile con la rendita vitalizia liquidata per lo stesso evento invalidante, è, infine, incumulabile con altri benefici pensionistici previsti dalla normativa vigente.


Le domande devono essere presentate all’Inps entro e non oltre il 31 marzo di ogni anno. In particolare, l’Istituto procede al monitoraggio delle domande di accesso al beneficio e, nell’ipotesi in cui da tale monitoraggio emerga il verificarsi di scostamenti del numero di richieste rispetto ai limiti annuali di spesa, il riconoscimento del beneficio è differito tenendo conto prioritariamente dell’età anagrafica, dell’anzianità contributiva e, infine, a parità delle stesse, della data di presentazione della domanda.
All’esito del monitoraggio delle domande, l’Inps comunica all’interessato: l’accesso al beneficio, accertata la sussistenza della relativa copertura finanziaria; l’accesso al beneficio, con indicazione della prima decorrenza utile della pensione di inabilità in questione, differita in ragione dello scostamento del numero delle domande rispetto ai limiti annuali di spesa; il rigetto della domanda di accesso al beneficio qualora l’interessato non risulti in possesso dei requisiti previsti.

 

Oltre 66 mila le domande presentate per Ape sociale e pensionamento anticipato

 


Con riferimento a coloro che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2017 per l’accesso all’Ape sociale e al pensionamento anticipato, l’Inps comunica che sono state oltre 66 mila le domande presentate.

In particolare, sono pervenute: 39.777 domande di certificazione delle condizioni di accesso all’APE sociale e 26.632 domande di certificazione delle condizioni di accesso al pensionamento anticipato per lavoratori precoci.
Come reso noto dall’Inps, il maggior numero di domande è stato presentato in Lombardia (11.048), seguita dal Veneto (6.701), dalla Sicilia (5.608), dal Piemonte (5.568), dall’Emilia Romagna (4.865), dal Lazio (4.594) e dalla Toscana (4.566).
La tipologia di aventi diritto più rappresentata è quella dei lavoratori disoccupati con 34.530 domande, seguiti dagli addetti alle mansioni difficoltose (15.030).
Relativamente alla distribuzione per genere, le donne che hanno presentato la domanda per la certificazione per l’APE sociale sono state 11.668, contro le 28.109 degli uomini. Diversamente, le domande per la certificazione per lavoro precoce sono state presentate da 22.900 uomini e da 3.732 donne.


Come risaputo, le domande possono essere presentate da determinate categorie di soggetti che si trovino in particolari condizioni, ovvero: abbiano compiuto almeno 63 anni di età; si trovino in una delle seguenti condizioni: siano in stato di disoccupazione a seguito di cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa, risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione obbligatoria ed abbiano concluso, da almeno tre mesi, di godere della prestazione per la disoccupazione loro spettante; assistano da almeno sei mesi il coniuge, l’unito civilmente, un parente di 1° grado convivente con handicap in situazione di gravità e siano in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 30 anni; abbiano una riduzione della capacità lavorativa uguale o superiore al 74%, accertata dalle competenti Commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile e siano in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 30 anni; siano lavoratori dipendenti che, al momento della decorrenza dell’APE sociale, risultino svolgere o aver svolto in Italia, da almeno sei anni, in via continuativa, una o più delle attività lavorative elencate nell’Allegato A, del D.P.C.M. 23 maggio 2017, n. 88.

 

INPS: precisazioni sui requisiti di accesso alla NASpI

 


Si forniscono precisazioni sugli eventi di malattia e infortunio da neutralizzare ai fini della ricerca dei requisiti di accesso alla NASpI delle tredici settimane di contribuzione e delle trenta giornate di effettivo lavoro.

La NASpI è riconosciuta ai lavoratori che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione e che presentino congiuntamente i seguenti requisiti: siano in stato di disoccupazione; possano far valere, nei 4 anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione, almeno tredici settimane di contribuzione contro la disoccupazione; possano far valere trenta giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei 12 mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.
Relativamente ai suddetti requisiti, l’Inps aveva chiarito che:
– ai fini della determinazione del quadriennio da prendere in considerazione per la verifica del requisito contributivo, i periodi di malattia e infortunio sul lavoro nel caso in cui non vi sia integrazione della retribuzione da parte del datore di lavoro (ovviamente nel rispetto del minimale retributivo) non sono considerati utili ma devono essere neutralizzati in quanto ininfluenti e determinano un conseguente ampliamento del quadriennio di riferimento;
– ai fini della ricerca del requisito delle “trenta giornate di lavoro effettivo” nei dodici mesi precedenti la cessazione del rapporto di lavoro i periodi di malattia e infortunio sul lavoro nel caso non vi sia integrazione della retribuzione da parte del datore di lavoro (ovviamente nel rispetto del minimale retributivo) sono da considerare “neutri” e determinano un conseguente ampliamento del periodo di osservazione.
Successivamente, è stato precisato che anche i periodi di malattia con integrazione della retribuzione a carico del datore di lavoro determinano – se si verificano o siano in corso nei dodici mesi precedenti la cessazione del rapporto di lavoro – un corrispondente ampliamento del periodo di osservazione all’interno del quale ricercare il requisito delle 30 giornate.
Ne consegue che i periodi di malattia e di infortunio sono da considerare eventi “neutri” che determinano un corrispondente ampliamento del periodo di osservazione sia ai fini della ricerca dei predetti requisiti.

 

ENASARCO: nessun reato penale in caso di omesso versamento dei contributi

 

Con la recente Sentenza n. 31900 del 3 luglio 2017, i giudici della Suprema Corte hanno affermato che l’omesso versamento dei contributi all’Enasarco da parte del preponente non costituisce reato penale, come previsto invece per i rapporti di lavoro dipendente. Tale violazione è solo sanzionata in via amministrativa.

FATTO


In relazione al mancato versamento alla fondazione ENASARCO delle ritenute previdenziali operate sulle fatture provvisionali emesse dagli agenti di commercio, è stato contestato al preponente il reato di omissione contributiva previsto per i rapporti di lavoro dipendente.
La norma stabilisce, in particolare, che l’omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032, se l’importo omesso è superiore a euro 10.000. È dovuta, invece, sanzione amministrativa pecuniaria da euro 10.000 a euro 50.000, se l’importo omesso non è superiore a euro 10.000 annui.


DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Al riguardo i giudici della Suprema Corte hanno preliminarmente evidenziato:
– che la norma fa espresso riferimento alle ritenute previdenziali e assistenziali riguardanti rapporti di lavoro subordinato, mentre quello di agenzia rientra nell’ambito dei rapporti di lavoro autonomo o al più di lavoro parasubordinato;
– che la competenza in caso di omissione contributiva relativa al rapporto di agenzia è di competenza esclusiva della Fondazione Enasarco, secondo la specifica disciplina che regola le funzioni della fondazionen stessa.
D’altra parte a decorrere dal 2012 l’omesso versamento dei contributi all’Enasarco da parte del preponente è stato depenalizzato, secondo la previsione del regolamento ENASARCO, secondo il quale i preponenti che non provvedano entro il termine stabilito al pagamento dei contributi dovuti in relazione al rapporto di agenzia sono tenuti al pagamento di una sanzione amministrativa, in ragione d’anno, pari al Tasso Ufficiale di Riferimento maggiorato di 5,5 punti, nel caso di mancato o ritardato pagamento di contributi il cui ammontare è rilevabile dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie. In ogni caso, la sanzione non può essere superiore al 40% dell’importo dei contributi non corrisposti entro la scadenza prevista.
In conclusione, la Corte di Cassazione ha affermato il principio di diritto secondo cui: “l’omesso versamento dei contributi Enasarco per gli agenti di commercio non configura il reato di omissione contributiva, previsto solo per le omissioni dei pagamenti relativi alle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e non anche per altre omissioni relative a lavoratori non dipendenti, ma è sanzionato in via amministrativa da parte della Fondazione Enasarco sulla base delle specifiche prerogative di vigilanza attribuite alla Fondazione stessa”.